Oggi è un giorno da finestra. E scrivo, mentre fuori un temporale…

Gluggavedur – E’ una di quelle “parole intraducibili” che il mondo ha scoperto da qualche anno, dedicandoci libri, illustrazioni e articoli. Fra le tante, ce ne sono alcune che ho sentito subito mie, come la significativa Fernweh. Ma mai quanto Gluggavedur. L’emozione che ho provato leggendone la traduzione mi ha fatto pensare di averla scoperta nel momento giusto.

Significa “tempo da finestra“, un concetto regalatoci dalla lingua islandese e che si riferisce a quelle condizioni meteo piacevoli da vedere e da vivere, ma solo da dietro i vetri di una finestra. Possono essere la neve che cade fitta, una forte pioggia, il mare in tempesta, una giornata luminosa ma ghiacciata. O un temporale in lontananza. Un concetto che ho sentito adatto a me. Per qualche motivo mi sento bene, a mio agio, quando sono in casa e avverto tuoni lontani, la pioggia che picchietta sul tetto, il vento che soffia e sembra arrivare da ogni parte, o quando inizia a scendere la neve.

Ma oltre al significato originario di gluggavedur, ne ho piano piano trovato uno tutto mio, legato alla persona che sono da sempre – attratta disperatamente dal mondo fuori in tutta la sua straordinaria forza e varietà, da ogni luogo e dettaglio sulla Terra – ma anche fortemente bisognosa di sentirmi al sicuro. A casa. Per me quella finestra significa poter sbirciare e immaginare tutto quel che esiste là fuori, prepararmi senza fretta alla vita all’esterno. Ma avendo sempre un posto dove tornare a recuperare le forze e ad assemblare sensazioni e ricordi. Come persona ad alta sensibilità (HSP), per me affrontare il mondo può voler dire trovarmi direttamente nella tempesta, fradicia, arrancare per il forte vento e non sapere dove sto andando né come proteggermi. Un rifugio è necessario, può essere un libro, un foglio da riempire, un momento di tranquilla solitudine o seduta accanto a una persona cara. Tutto questo è il mio personale “meteo interiore”.

Poi il marzo 2020, mese in cui avevo deciso di rendere pubblico questo mio quaderno online, ha aggiunto inaspettatamente un terzo significato. Lo stato di insicurezza e timore ancestrale, la temporanea privazione della libertà, insieme al bisogno di sentirsi al sicuro – tutte sensazioni che buona parte del mondo sta provando a causa di una pandemia. E ho interpretato quel tempo da finestra anche come uno shelter in place: un riparo sicuro da cui osservare inorriditi, incuriositi e inermi ciò che sta accadendo fuori. Con la paura e il desiderio di aprirla, quella finestra. Sapere che dentro siamo protetti, ma che apparteniamo anche al fuori, da cui non sapremmo restare troppo lontani. Fuori ci sono persone care. Fonti di cibo. Pericoli, sì. Ma anche la vita stessa.

Essere al riparo dentro casa, osservando con timore e desiderio il mondo esterno,
mentre fuori un temporale...

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